Presenza, azione e interazione: sono questi i tre elementi di cui è fatta un’attività efficace su LinkedIN. E tutti e tre vanno egualmente coltivati per ottenere risultati.
Maddalena ha 28 anni e lavora in un’agenzia pubblicitaria da quattro. Dopo la laurea e un paio di stage, è approdata all’agenzia per una piccola collaborazione. L’agenzia ha iniziato a prendere clienti sempre più grossi e Maddalena, esperta di Social Media e Community Management, è stata assunta, diventando una colonna dell’organizzazione, molto stimata da colleghi e clienti.
Maddalena ha imparato molto ed è cresciuta professionalmente, ma sa che, in prospettiva, non ha molto margine di crescita in una piccola agenzia. Le alternative che ha sono il lavoro in un’agenzia più grande o in un’azienda, opzione che preferisce. Decide quindi di ricorrere a LinkedIn, senza particolare fretta, per iniziare a sondare il terreno. Ha aperto il profilo alcuni anni prima, ma non ci ha mai badato particolarmente. In fondo, a che serve se non cerchi lavoro, si è sempre detta.


Già, fingere o non fingere? Questo è il problema. La recente querelle Camisani Calzolari – Grillo vista lato marketing e non dal versante della polemica politica, ha riportato alla ribalta la problematica dei fake. Secondo i dati di Facebook sono ben 83 milioni (su 955 milioni) i profili falsi registrati: quanti siano usati a scopo aziendale non è specificato. Certo, toccare questo argomento in pubblico scatena moralismi e levate di scudi: “I fake, giammai”. Le web agency spergiurano di non usarli, le aziende ribadiscono di non sapere nemmeno il significato della parola, ed i fake, questi fans ideali scesi dall’iperuranio per reincarnarsi su forum e social network? Beh, loro mica possono dichiarare di esser falsi prodotti dell’immaginazione, ne andrebbe della loro ragione di esistere.
Vedo che si continua a discutere sulle differenze tra Google+ e Facebook, più che altro concentrandosi sui fattori tecnologici distintivi: Hangout vs Videochat, lo stream filtrato delle cerchie vs la bacheca più “democratica” di Facebook, gli sparks di G+ molto grezzi e la mancanza di giochi e ads su cui FB basa la sua fortuna economica. Ci sono però caratteristiche peculiari che concettualmente riflettono la differenza tra i due grandi colossi del web. Si tratta di distinzioni anche palesi, di cui però bisogna cogliere il significato un po’ più in profondità.