Il racconto del terrorismo tra luci e ombre nell’era di Facebook e Twitter

Il 13 novembre 2015, giorno degli attentati terroristici a Parigi, inizia un racconto dei tragici fatti che passa attraverso i Social. Facebook e soprattutto Twitter diventano i luoghi della solidarietà che si diffonde attraverso l'uso di hashtag che diventano popolarissimi ma anche i luoghi dove le menti criminali si danno appuntamento per sfidare il mondo. Questo post è la cronaca sintetica delle giornate successive agli attentati viste dal punto di vista degli utenti Social.

Un tranquillo venerdì sera. Sono le 23.00 ed il film che sto vedendo viene interrotto da un’edizione straordinaria del tg: si parla di sparatorie a Parigi.

Bastano pochi minuti per capire che non si tratta solo di quello. La capitale francese è sotto attacco, diversi attentati terroristici stanno seminando il panico tra la popolazione. In automatico, come mi capita spesso di fare, vado a cercare altre informazioni su Twitter e Facebook. Anche qui c’è un gran trambusto, un flusso continuo di notizie catastrofiche. Molti post parlano di morti e feriti e un macabro bilancio in crescita.

Seguo per tutta la notte gli aggiornamenti in tv, con uno sguardo ai Social e la preoccupazione per i tanti amici e colleghi che vivono a Parigi. Ma l’indomani mi sveglio e tiro un sospiro di sollievo grazie a Facebook: Yasmina, Laurine, Vittoria, Jennifer e tutti gli altri amici stanno bene! Me lo dice una notifica di Facebook e poco dopo scopro che si tratta del Safety Check (lanciato da Facebook nel 2014 per dare supporto alle popolazioni colpite da calamità naturali), un servizio che permette alle persone presenti a Parigi la sera dell’attentato (geolocalizzate dal social) di avvertire amici e parenti della propria incolumità. Poche ore dopo lo stesso servizio diventa motivo di polemica globale. Il motivo? Non viene attivato per l’attentato terroristico che proprio in quel momento colpisce la città di Beirut. Zuckerberg sommerso di critiche provenienti da tutto il mondo si trova costretto a chiarire: per Facebook non esistono morti di serie A e morti di serie B. Gli utenti sembrano comunque poco convinti della spiegazione.

Nel momento in cui, in piena tragedia, milioni di persone iniziano a scambiarsi informazioni e a chiedere notizie sulle vittime e sui feriti, Facebook si attiva e modifica le policy dell’applicazione per adattarla alle nuove esigenze legate non più solo alle catastrofi naturali ma anche agli attentati terroristici in Europa.

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Inizia così quella fase buia della nostra storia che forse tra qualche anno forse verrà ricordata anche per il ruolo (“Key Role” secondo il Financial Times) rivestito dai Social che, tra luci e ombre, portano avanti un racconto degli attentati fatto di parole (fiumi di parole!), dibattiti, petizioni, hashtag, foto e video condivisi grazie soprattutto all’uso dei dispositivi mobili (anche le persone presenti all’interno del Bataclan hanno chiesto aiuto attraverso i social propri grazie allo smartphone).

Siamo tutti lì, con uno sguardo alla tv e l’altro allo smartphone (il secondo schermo), con la necessità di partecipare, anche solo con un tweet, ad un dramma che ci tocca da vicino.

Twitter diventa il Social più usato, quello da cui parte da subito la solidarietà dei parigini grazie all’hashtag #porteouverte lanciato dal giornalista francese Sylvain Lapoix che resosi conto della gravità della situazione con gli attentati in corso, invita i parigini ad aprire le porte,  a geotaggare i propri tweet per indicare a chi si trova per strada e in pericolo la posizione dei terroristi e i luoghi sicuri in cui poter trovare rifugio.

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L’hashtag viene twittato circa 90 mila volte in quelle ore e nei giorni a seguire, diventando il simbolo dell’accoglienza e della solidarietà parigina. Succede lo stesso con un altro hashtag che diventa popolarissimo in tutto il mondo ovvero #prayforparisusato anche dal presidente francese Hollande e da numerose personalità politiche e del mondo dello spettacolo e della cultura per dimostrare vicinanza alle vittime della capitale francese.

Passano le ore e dalla Francia arriva la risposta bellica agli attentati. E mentre Facebook dichiara attraverso le parole di Zuckerberg solidarietà alle persone colpite dalla violenza e dal terrorismo in tutto il mondo, non esita a sospendere i profili dello scrittore Giuseppe Genna e di Cecilia Strada di Emergency rei di aver criticato i bombardamenti voluti dal presidente francese (“Non in mio nome signor Hollande” scrive Genna sul suo profilo). Al discutibile provvedimento di Facebook seguono i tweet polemici dello scrittore che parla non solo della censura di cui è stato vittima ma anche dei meccanismi ambigui che governano Facebook che mentre insabbia un pensiero pacifista, non garantisce in nessun modo la sicurezza degli utenti:

genna bannato da facebook
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La sospensione per Cecilia Strada rientrerà dopo un paio d’ore. Era stata invitata da Facebook ad usare un nome vero (cosa che già faceva) ma stranamente la richiesta arrivava in corrispondenza della pubblicazione di un post della Strada sull’inutilità della risposta bellica internazionale ai fini di debellare il terrorismo:

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I Social sono dunque solidarietà, libertà di espressione, velocità e viralità dei messaggi, amore condiviso. Ma anche censura, violenza e mancanza di sicurezza?

Nelle ore successive agli attentati di Parigi vengono rese note delle informazioni che ci aprono scenari da cyber guerra mondiale. Troviamo l’Isis che rivendica gli attentati su Twitter mentre un account di matrice jihadista (monitorato dal Fatto Quotidiano) inneggia ad Allah affinchè benedica Twitter e Telegram considerati una “forza” utile per portare avanti la guerra santa.

E ancora, nelle ore del blitz antiterrorismo a Bruxelles compaiono account fantasma per dare la possibilità ai terroristi di comunicare su Twitter. Account che cambiano di continuo, spariscono in pochi minuti, per poi ricomparire con la stessa foto e un nome diverso: quella è la piazza virtuale in cui si danno appuntamento, spesso indisturbati, i combattenti.

La risposta della capitale belga a sostegno della polizia federale che chiede di non postare sui social notizie sensibili sul blitz antiterrorismo in corso, arriva puntuale su Twitter. Un’azione di disturbo massificata; volta ad ostacolare la comunicazione tra i terroristi sul social network e a non disturbare le operazioni di polizia; parte sotto l’hashtag #brussellslockdown e si concretizza con una cascata di immagini ironiche di gattini. Un “modo social” per allentare la tensione estrema che da ore invade la capitale.

 

Mentre scrivo questo post la mobilitazione sui Social conseguente agli attentati di Parigi non è ancora conclusa e penso che sarà così ancora per molte settimane.

L’aspetto più evidente di questa “doppia faccia” dei Social di fronte a tragedie di questa portata rimane la partecipazione “di pancia” delle persone di fronte all’orrore che può manifestarsi con una comunicazione pacata e tendente all’aggregazione o con l’aggressività e la violenza verbale tipica di chi non accetta confronti con chi sostiene tesi opposte. Spesso questo diverso modo di comunicare coincide con due diversi modi di riflettere sul problema: pace e tolleranza o guerra e intransigenza?

Questi due schieramenti (che ho definito in maniera grossolana a grandi linee ma che in realtà celano innumerevoli sfumature e tantissimi “universi” e “scuole di pensiero”) sui Social supportano le proprie tesi attraverso la pubblicazione e la condivisione incessante di notizie, citazioni, opinioni volte a sostenere ragionamenti che spesso sconfinano in temi delicati ed esplosivi come il nesso tra religione e terrorismo, l’opportunità della guerra, l’integrazione e il multiculturalismo, la gestione dei flussi migratori, l’accoglienza.

Un esempio? Diverse chiavi di lettura sul ruolo della comunità musulmana di fronte agli attentati di matrice islamica:

notinmyname-manifestazione-antiterrorismo
musulmani-simpatie-jihadiste-secondo-the-indipendent
tweet-polemici-contro-musulmani
manifestazione-musulmani-su-twitter

Il numero dei post che in questi giorni trattano il tema degli attentati a Parigi da diversi punti di vista è gigantesco. Ma in queste ore la riflessione sulla situazione mondiale legata ai tristi eventi di Parigi ha spesso lasciato il posto alla peggiore e dannosa tuttologia e, come succede spesso sui social, alla diffusione di notizie false usate in maniera strumentale per sostenere precise tesi, spesso volte a danneggiare persone o gruppi di persone. Notizie che circolano velocissime grazie alle condivisioni e ai retweet:

> La bufala dei missili firmati “From Paris with Love”

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Come segnalato da Liberation e Le Monde si trattava di una foto ritoccata estrapolata da una pagina Facebook che da sempre ironizza sulla propensione alla guerra degli Stati Uniti.

> Il finto Jihadista con la cintura esplosiva

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Su Twitter circola la foto di un presunto jihadista con in mano il Corano e con una cintura esplosiva in vita. La foto è un fake: Veerender Jubbal, protagonista della foto, è un famoso giornalista canadese esperto in tecnologia ed ha in mano semplicemente il suo iPad. Il fotoritocco ha fatto il resto.

> L’incendio appiccato per solidarietà con i terroristi

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L’incendio scoppiato in un campo rifugiati a Calais è stato accidentale e non appiccato come segno di solidarietà con i terroristi, come riportato da molti siti internazionali.

> Il post che preannuncia gli attentati

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Questo post apparso in un forum francese avrebbe previsto gli attentati di Parigi. In realtà il testo del post datato 5 novembre 2015 è stato modificato intervenendo sul codice della pagina.

E dunque Social che oggi più che mai significa tutto e il contrario di tutto: libertà di espressione ed eccesso di libertà nell’esprimersi; utilità e futilità; solidarietà e pericolosità; verità e disinformazione; pace e guerra; tolleranza ed intolleranza. Il tutto condito da pochi controlli da parte dei social che mentre oscurano profili che contestano questa o quella guerra non esitano a lasciare in piedi pagine su pagine inneggianti all’odio razziale, all’intolleranza e ai fascismi. Centinaia di segnalazioni da parte degli utenti indignati per la presenza su Facebook di pagine dai contenuti violenti in questi giorni hanno ricevuto la stessa risposta: la pagina non viola le linee guida del Social.

Forse dovremmo iniziare a chiederci dove ci porterà e che conseguenze avrà sull’opinione pubblica la libertà di espressione che ci offrono i Social dato che milioni di persone (protette da uno schermo e una tastiera) la interpretano in maniera così spregiudicata da trasformare una risorsa preziosa e utile in una pericolosa trappola?

 

Fonti di questo post sono le testate giornalistiche online di: RaiNews, Sole 24 ore, Il Fatto Quotidiano, Repubblica, La Stampa, Le Monde, Liberation. 

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