Chi compra un amico compra un tesoro?

fr1.jpgHa suscitato molta eco l’iniziativa dell’agency australiana uSocial di inserire tra i suoi servizi la possibilità di comprare amici e fans su Facebook. Si è acceso un dibattito sulla legittimità di un tale servizio, da cui Facebook ha preso subito le distanze nel tentativo di difendere quella “spontaneità” che il web marketing  più “spinto” sembra minare ogni giorno. Sulla vicenda si possono fare molteplici commenti  ma mi concentrerò principalmente su un punto: la differenza tra gli amici ed il concetto di amicizia.

Partiamo dagli amici:  in un social network la definizione è fuorviante, soprattutto se si resta ancorati alla classica definizione di amico come persona con cui si ha un legame di affetto molto stretto.  Ricordiamo, in primo luogo, che Facebook ci rappresenta, ci raffigura solamente:  per quanto ci sforziamo noi non siamo mai del tutto quello che facciamo vedere su Facebook. Nella dimensione dell’apparenza, del fenomeno, della rappresentazione, la persona diventa personaggio ed anche il concetto di amico sfuma. Un profilo diventa mio amico semplicemente perché ha il mio stesso cognome o magari perché tifa per la stessa squadra. Posso avere molti amici che non conosco nemmeno di persona, con il proliferare di finti account posso giungere addirittura ad avere amici inesistenti, puri fantasmi con un nome che ottiene il semplice risultato di aumentare di  un numero la casella degli amici.

Passiamo ora al concetto di amicizia che trapassa la prospettiva numerica per inquadrarsi in un orizzonte qualitativo. Essere in stato di amicizia, instaurare un legame affettivo che porti a conversazioni proficue, fatte di ascolto e di botta e risposta, dare attenzione e riceverla: tutti questi aspetti sono importanti se si vuole fare del marketing emozionale ed etico, se si vuole fare sì che il  social media marketing diventi, come nelle sue possibilità,  un marketing “umano”. Questa possibilità di relazione “umana” non è inclusa nel pacchetto ma si conquista facendo leva su un rapporto che sia di simpatia iniziale, elemento che è alla base del target, o che si costruisca e consolidi con il tempo. Creare una relazione, farla crescere e farla durare: per questo occorre uno sforzo d’incontro, un’apertura al rischio, perché gli amici o i fans della pagina, se sono veri amici, hanno una testa propria, le loro opinioni, i loro complimenti e le loro obiezioni. Si può comprare la faccia ma non si può comprare l’anima. Il rapporto relazionale è dinamico, cangiante, un gioco di parole sempre in evoluzione, i numeri sono solo un aspetto rispetto alla qualità.  Pochi ma buoni, diceva un proverbio:  un motto non è certo un KPI ma potrebbe fare riflettere anche più di un direttore marketing.

3 Comments

  1. Sono molto d’accordo!
    Oltretutto non ho mai capito il senso di avere un sacco di “amici” solo per far numero che poi magari non sono nemmeno interessati alla propria pagina o al proprio settore.

    Resto quindi molto legato alla frase “pochi ma buoni”. Meglio poche critiche costruttive che inutili complimenti comprati!

    Un saluto
    Danilo

  2. condivido il senso generale dell’articolo riguardo all’amicizia on/off line, ma non sono d’accordo sull’affermazione:

    “per quanto ci sforziamo noi non siamo mai del tutto quello che facciamo vedere su Facebook”

    A volte, grazie ad un interfaccia quale facebook nel caso specifico, abbiamo la possibilità di evidenziare lati della nostra personalità che nel mondo reale non riusciamo ad esprimere appieno, cose che vorremmo dire o trasmettere ma che e che il web ci dà l’opportunità di fare.
    Forse la verità è che su facebook non abbiamo timore ad esprimere i nostri sentimenti e a condividerli mentre nel mondo non-digitale tendiamo a mantenere una finta-riservatezza fatta di silenzi troppo spesso assordanti che non rispecchiano quella che in realtà è la nostra essenza.

  3. @Alessandro
    come dici bene, Facebook è un'”interfaccia”, qualcosa che, per quanto completo, si pone tra noi e il mondo, qualcosa che ci copre con il suo linguaggio, la sua struttura di comunicazione: quello che chiami mondo non-digitale, è in realtà il mondo reale, di cui il mondo digitale non è che un aspetto, una parte e come parzialità, non può esprimere mai “del tutto” quello che siamo, anche se è vero che a volte ci consente di esprimere aspetti più nascosti della nostra personalità.

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